Bruce Springsteen

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Bruce Springsteen e` uno dei pochi musicisti rock per i quali vale davvero il termine "epico". Dopo Dylan e prima dei Ramones, e` stato uno dei pochi a trasformare l'umore di un'intera generazione in un "sound".

Se le regole per giudicare la grandezza di un musicista rock sono a) che sia indifferente alle mode, b) che le sue liriche scavino a fondo nella sua era e risuonino con l'animo di milioni di persone, c) che ogni suo disco sia di fatto un concept, d) che una sua canzone possa dare i brividi anche senza una melodia orecchiabile; allora Springsteen e` uno dei massimi musicisti rock di tutti i tempi.

Musicalmente, Springsteen ha coniato il modello di singer/songwriter degli anni '80, assimilando le esperienze piu` svariate del canto popolare, dal folk-singer allo shouter nero, dal rocker al bluesman.

Per molti versi, Springsteen e` il vero erede di Woody Guthrie (Bob Dylan era tutt'altro). Ma Guthrie era un'icona culturale soltanto per l'America bianca, mentre Springsteen e` anche il vero erede del blues. In quegli anni la musica nera stava perdendo lo spirito "apostolico" del blues e identificandosi sempre piu` con uno stile di ballo. Springsteen continuo` la missione di Blind Lemon Jefferson quando gli stessi musicisti neri l'abbandonavano. In tal modo Springsteen e` davvero il cantore universale dell'Americano medio (bianco, nero, ispanico o altro).

L'opera di Springsteen si e` sviluppata lungo tre direttive: quella del politico (New York Serenade, Promised Land, Jungleland, State Trooper, Born In The USA), quella del nostalgico (Glory Days, Going Down, l'American Graffiti di tutto River) e quella dell'erotico (Rosalita, Night, Sherry Darling), esplorate sempre attraverso l'introspezione nell'animo dell'everyman, ed evitando invece i proclami messianici.

Ma, con il passare del tempo, Springsteen e` soprattutto diventato un eloquente portavoce dell'americano medio. Le sue declamazioni hanno quel tanto di demagogia populista, di passionalita' patriottica e di visionarismo profetico che da sempre fa delirare l'America. Springsteen e` l'erede moderno dei tanti politicanti d'effetto e dei tanti predicatori invasati che hanno battuto le strade della Frontiera.

I suoi personaggi non sono pero` eroi, banditi o giustizieri: sono uomini comuni presi dalla catena di montaggio, dall' officina di riparazione, dalla folla della strada. Sono gente vera, con i loro sogni, le loro paure, i loro complessi. I vagabondi alienati ma entusiasti di Born To Run sono invecchiati a poco a poco; sono diventati tristi e rassegnati, e devono ora confrontarsi con la dura realta` di tutti i giorni e con i relitti dei sogni di un tempo, dei loro "glory days". E in parallelo la sua prosa si e` fatta sempre piu` letterata ed esistenziale, fino a farne un Woody Guthrie moderno: laddove Guthrie piangeva le sofferenze della popolazione contadina della Dust Bowl, Springsteen osserva amaramente le pene dei lavoratori dell'America industriale.

Springsteen epitomizza il giovane cresciuto nell'era del boom economico e della contro-cultura, rivitalizzato da queste due grandi speranze che si sono arenate miseramente sugli scogli della crisi e del "re-alignment" ("riflusso") degli anni '70. I suoi dischi hanno semplicemente registrato il lento e mesto trasformarsi di quei sogni in ricordi. L'esuberanza dei giorni di scuola si e` ridotta a un profondo senso di frustrazione. Persa la "terra promessa", e` iniziato un esodo quasi biblico dalle utopie internazionali verso le virtu' dell'uomo della strada.

Ne e` risultato un performer energico e intenso che in ogni numero deve dare tutto cio` che ha in un inesauribile cerimoniale di sacrificio che ha come fine supremo quello storico di calare la vita nuda e pulsante nella forma. Proprio nella veste di interprete e` piu` saliente il suo contributo alla storia del rock: tutti dovranno misurarsi con il suo modo dirompente e passionale di tenere la scena. Al populismo di Guthrie e di Frank Capra Springsteen ha dato la voce degli shouter da bordello. Se Guthrie era ancora l'intellettuale che vive dall'esterno le tragedie dei diseredati, e le canta con voce dimessa e funerea, Springsteen e` "uno di loro" e usa il tono dei rioni bassi. E i suoi sono allora gli inni nazionali di quella nazione sommersa, inni che, come tutti gli inni, possono anche essere musichette di quarta mano, ma fanno accapponare la pelle se cantati sull'attenti a squarciagola, e valgono allora piu` di intere sinfonie.

Bruce Springsteen (classe 1949) crebbe nel New Jersey, a due passi da Ashbury Park, scimmiottando fin dagli inizi la carriera di Bob Dylan. Ma si trattava semplicemente di un rocker esuberante, dotato di talento lirico e per nulla politicizzato, un cantautore urbano che si affidava al rock and roll e al rhythm and blues dei bar di periferia.

Prendendo spunti vocali da Van Morrison (animale da concerto per eccellenza, vocalist possente e arrangiatore sapiente come lui), dal soul-rock "degli occhi azzurri" (Gary U.S. Bonds), dal tenore romantico di Roy Orbison, sul primo album, Greetings From Ashbury Park (1973), Springsteen snocciola senza soluzione di continuita` ballate dylaniane che riprendono con sincera partecipazione la vita di strada (Spirit In The Night), i drammi sentimentali della piccola borghesia (For You), i monologhi interiori della gioventu' suburbana (Growin' Up).

Con il secondo album, The Wild, The Innocent And The E Street Shuffle (CBS, 1973), Springsteen si mette alla ricerca di uno stile originale con una raccolta tematicamente unitaria di canzoni piu` complesse che (come liriche) approfondiscono in senso drammatico tanto i personaggi quanto la narrazione e (come musica) miscelano Stax-soul, serenate messicane e bande paesane, in una varieta' assai eterogenea di arrangiamenti. Kitty's Back (jump-blues bandistico, swing orchestrale, assoli blues-jazz di organo e chitarra) e` un esempio di questa fusion integrale. Brano esteso e variegato, ricorda il pop-jazz di Moondance e persino i pastiche dei Colosseum. L'epico tex-mex a ritmo di tuba Wild Billy's Circus Story sembra addirittura uscire da un disco di Taj Mahal. La seconda facciata, poi, e` praticamente una suite, tema la fauna giovanile urbana, povera e romantica: Incident On 57th Street, storia fatale di un piccolo ladro, ha l'incedere di Desolation Row e un andamento ipnotico da Blonde On Blonde; Rosalita, novella d'amore e tradimento, e` un Van Morrison esuberante e viscerale del periodo soul fiatistico; e New York Serenade, che si apre su un arioso assolo jazz di piano e si svolge per rintocchi di flamenco in un diluvio di violini, e` un sofferto brano di soul da camera immerso in un'atmosfera cupamente apocalittica. Queste lunghe canzoni narrative dipingono la metropoli a toni scuri con una struttura metrica e corale nella linea creativa di Van Morrison, sostenuta da una gamma vocale impressionante, dall'urlo piu` feroce allo spasimo piu` soffocato, e da arrangiamenti d'avanguardia. Il quintetto che lo accompagna consta di due neri, due bianchi e un messicano. Cio` che lo distingue dai ensemble folk-jazz di Morrison sono le inflessioni chicane, che danno a tutta l'opera un connotato piu` soffertamente latino. Springsteen non e` piu` il troubadour alla Dylan, ma piuttosto la versione romantica di Lou Reed, capace anche lui di immergersi anima e corpo nei rumori e nelle immagini dei quartieri poveri e di assorbirli nella rozza energia del suo sound. Le sue composizioni non sono piu` ballate folk, ma piuttosto quelle "piccole sinfonie per adolescenti" che Spector aveva teorizzato.

Born To Run (CBS, 1975), per effetto di una colossale campagna promozionale, di un certosino lavoro di produzione ("wall of sound" spectoriano piu` spezie di Blonde On Blonde) e di un'ottimo combo di accompagnamento in stile hard-soul divenne un best-seller, al tempo stesso acuendo i pregi/difetti del cantautore, come la melodrammaticita`, l'enfasi, la visceralita` "a tutto volume tutto d'un fiato" che servono a mascherare la pochezza di molte composizioni ma che producono anche le vibrazioni piu` emotive. Lo sperimentalismo dell'opera precedente viene abbandonato per ritornare alla classica forma canzone, e il soul da camera alla Van Morrison viene irrobustito di possenti sincopi rock and roll. Springsteen il rocker viscerale non e` in realta` all'altezza di Springsteen il poeta soul, e le due figure non si fondono ancora adeguatamente. Night, una lirica e travolgente serenata in crescendo, il potente rock and roll sincopato di She`s The One, la sofferta novella urbana di Backstreets, Born To Run, anthem solenne ed eroico, il finale drammatico di Jungleland, ringhioso, epico e appassionato canto di vita scandito dal piano in un tripudio strumentale, che fa il paio con l'iniziale Thunder Road, l'ouverture programmatica al milieu dei ceti bassi, compongono un'opera fortemente tematica, compatta, rocciosa e rabbiosa, un nostalgico affresco dei quartieri di periferia rigurgitante di personaggi, quasi una rock opera autobiografica, una Tommy del New England. Pomposo e marziale, lo stile di Springsteen si e` lasciato alle spalle la tradizione ascetica dei folk-singer e ha adottato un atteggiamento a meta` strada fra il piu` accorato e tragico tenore d'opera e il tono di sfida del rocker piu` spavaldo e ribelle. A creare la suggestione e`, pero`, di nuovo l'arrangiamento, soprattutto il sax struggente e festoso di Clarence Clemons e il piano tintinnante "natalizio" di Roy Bittan.

Nei tre anni di silenzio che seguono (dovuti a beghe legali) il mercato viene sommerso di bootleg che riportano le sue esibizioni dal vivo, presto assurte a leggenda. Questi album sono talvolta migliori di quelli ufficiali fin qui pubblicati, grazie alle furibonde scorribande, chitarristiche e vocali, del leader (degno erede di Hendrix e di Burdon) e al fenomenale supporto della sua E-Street Band, che ora annovera anche la chitarra ritmica di Steve Van Zandt. Alcuni dei suoi classici vengono alla luce grazie alle cover fatte da altri: The Fever (Southside Johnny), Sandy (Hollies), Blinded By The Light (Manfred Mann), Fire (Pointer Sisters), Because The Night (Patti Smith).

Darkness On The Edge Of Town (1978) consegna le versioni ufficiali di uno dei suoi rhythm'n'blues piu` trascinanti, Badlands (doppiato dall'inferiore Prove It All Night), di una delle sue migliori imitazioni del Bob Dylan di Blonde On Blonde, The Promised Land, e della ruggente elegia filosofica Adam Raised A Cain, ed opera una decisa trasformazione abbandonando gli abbellimenti spectoriani di Born To Run per il suono duro e mordente anticipato dai bootleg, dove irrompono fragorosamente il sassofono di Clarence Clemons e una coppia di tastiere (piano, organo) tempestose, oltre alle chitarre di Steve Van Zandt e di Springsteen stesso. Benche' inferiore ai due precedenti (alcuni brani sembrano scarti, altri sono insolitamente sottotono), e` questo il disco che segna il passaggio alla fase maggiore di Springsteen: le liriche penetrano nella vita quotidiana della gente comune e la trasformano in poesia universale, santificano la cupa realta` sociale in atmosfere di un'intensita' quasi religiosa. Springsteen, che fin qui era stato soltanto l'ennesimo bardo romantico della strada, dei grandi sogni e delle grandi speranze, diventa la coscienza dell'America di provincia. E` questo anche il disco in cui Springsteen comincia a confrontarsi con il passato, che gli ispirera` alcuni dei melodrammi piu` intensi: facendo leva sul potere della nostalgia e del rimpianto, aggiunge altri strati di pathos al suo affresco sociale.

La stagione classica di Springsteen ha origine dalla sintesi fra il sound effettistico di Born To Run e l'anelito filosofico di Darkness. Nel 1980 compensa la ormai leggendaria parsimonia discografica con il doppio River (CBS, 1980). E` un album che, musicalmente, vive ormai soltanto sulla carica spaventosa del cantante e sul baccano della sua banda di scalmanati, e, tematicamente, ripete per l'ennesima volta il trucco del ribelle selvaggio, dell'eroe solitario, della vita di strada, in assenza di una reale forza lirica. Springsteen e` comunque abile a mischiare testi impegnati, emozioni struggenti e sound elettrico, e molte canzoni, costruite su una valanga di citazioni, sono dei classici della sua arte di sintesi. Lo spettro e` ormai sterminato, a riprova di come lo stile di Springsteen sia equivalente al moto perpetuo nella musica rock. Ad un estremo si situano le scarne ballate ascetiche nella piu` classica tradizione degli hobo, rese piu` sofferte dal suo ruggente crooning: River, amara parabola di tanti giovani iniziati prematuramente alla vita, Point Black, ballata dylaniana di denuncia, Independence Day, pregna di nostalgia, e Stolen Car, sospesa in un clima di fantasmi. Le piu` emotive sono le elegie cantate con quella foga disperata che incrocia la ferocia criminale dello shouter e la spavalderia "maledetta" del rocker: Two Hearts, un epico anelito d'amore, Jackson Cage, grido di liberta` per i condannati all'ergastolo, e soprattutto Out On The Streets, altro forsennato soul che viene cadenzato con violenza brada e urlato con rabbia a squarciagola. All'estremo opposto ci sono le canzoni addirittura spigliate, Sherry Darling, una serenata esuberante che e` la quintessenza dello "Spector-sound" (con piano kooperiano, clapping, vociare di sottofondo e sax appassionato), o Hungry Heart, una serenata rhythm and blues (e il suo primo vero hit), o I Wanna Marry You, tenera e nostalgica ballad sentimentale, fino al trittico indemoniato di I Got A Crush On You, un feroce numero da shouter licantropo a ritmo mozzafiato, You Can Look, il rock and roll piu` epilettico della sua carriera, e Cadillac Ranch, un country boogie incalzante e truculento, baccanali di energia primitiva che celebrano il "fun" adolescenziale degli scalmanati bravi ragazzi di provincia. E` qui che lo Spector-sound raggiunge la sua apoteosi, rompendo gli argini con furia incontenibile. I rock and roll piu` tradizionali, Rocker e Ramrod (altro capolavoro di arrangiamento, un ralenti rockabilly con una cadenza pulsante di organo e un rovente sassofono boogie) esaltano il macho narcisista. Il rimando alla civilta` degli anni '50 e` piu` marcato di quanto sembri, e le stesse musiche sono un omagio al passato, dal folk ai Sixties. River e` un disco di revival, ideologicamente conservatore e nostalgico. Le tre composizioni che chiudono il disco, The Price You Pay, Drive All Night e Wreck On The Highway, sono proprio le piu` pessimista: sono tre finali di storia, immersi in un senso di vuoto deprimente, che svelano dove siano finiti tutti gli eroi della mitologia springsteeniana, un po' come il finale di "Monsieur Verdoux" (l'esecuzione alla ghigliottina) svelo` dove finisse la strada lunga e diritta per cui si incamminava ogni volta l'omino buono e sorridente delle comiche di Chaplin. A differenza dei dischi precedenti, nei quali Springsteen era il bardo che cantava le vite dei personaggi esemplari del suo novelliere, in River i testi sono tutti in prima persona, e il protagonista e` sempre lui, che colloquia filosofico e fatalista con la sua ragazza. Grazie a questa tecnica l'osservazione si e` fatta piu` profonda, riuscendo a penetrare dentro le vite dei personaggi, al limite del monologo interiore. Le tastiere, sempre in primissimo piano (ora organo da chiesa e ora Farfisa da spiaggia, ora tintinnante pianola e ora pianoforte da camera), sono tanto importanti quanto la voce nel dare il tono ai brani, e Roy Bittan si affianca a Nicky Hopkins e Al Kooper fra i grandi pianisti d'accompagnamento del rock. Qualunque sia il tema (idillio, disperazione, sogno, requisitoria), la musica della E Street Band e` sempre coinvolgente ed emotivamente vicina allo spirito del "good-time", pur non essendo mai semplice "fun": e` questo il segreto del compromesso storico raggiunto da Springsteen negli anni. E cosi`, su questi drammi accorati, la voce piu` vibrante del rock bianco puo` incidere le sue note di pathos quotidiano e tragedia urbana senza nulla togliere al piacere dell'ascolto.

River sancisce la definitiva consacrazione di Springsteen a eroe popolare. Ma due anni dopo Springsteen si rimangia tutto e incide Nebraska, nel piu` ascetico stile folk (chitarra e armonica), omaggio alle sue origini e occasione per disintossicare le corde vocali. Le sue dure ballate di strada cantate quasi in sordina (Highway Patrolman) profumano di Guthrie, di polvere e di sudore, di American Graffiti e di beat generation. Nostalgia e retorica si propagano di storia in storia, pathos, desolazione e denuncia (Nebraska) si avvicendano con la sofferta grinta e l'entusiasmo che hanno segnato tutte le fatiche dell'eroe. Il tema unitario e` la dura lotta per sopravvivere nell'era della Reagonomics. Le ballate piu` avvincenti sono quelle (Johnny 99, State Trooper, il capolavoro, Open All Night) scandite da un ritmo accentuato che rende ancor pu' allucinato e nevrotico il paesaggio morale di queste storie di falliti. Nebraska e` un disco cupo e spettrale, che presenta il punto di vista della classe lavoratrice, vittima impotente di un oltraggio morale.

Per colmo di schizofrenia il 1984 e` invece l'anno del boom commerciale: l'album Born In The USA (CBS, 1984) gli conquista il primo posto sia nelle charts dei 45 giri sia in quelle dei 33 giri (18 milioni di copie vendute nel giro di sei anni). L'album esalta pregi e difetti del rock conservatore di Springsteen. Fra reminescenze di gioventu' (i giorni ribelli della high school) e impegno sociale (la disoccupazione, i veterani del Vietnam) l'ennesimo atto della drammaturgia springsteeniana dispiega di nuovo il calore umano, l'incalzante sound elettrico e la foga disperata, che l'atto di contrizione di Nebraska avevano offuscato, ma con quanta nuova malinconia.

L'anthem Born In The USA (originariamente composto per Nebraska in una toccante versione blues) e` un catalogo di tutto cio` che di negativo e` accaduto all'America nell'ultimo decennio: i suoi rintocchi marziali sembrano voler chiamare a raccolta la nazione dei diseredati. Tutta la tremenda forza d'urto dell'epica springsteeniana sembra messa al servizio soltanto del pessimismo piu` scorato, tanto che proprio le canzoni piu` ritmate e veloci (come il rockabilly Working On The Highway) sono le piu` negative. Il requiem marziale di Downbound Train, No Surrender e l'incalzante Going Down (con l'ossessivo ritornello che rende il senso della decadenza) toccano i vertici negativi dell'epos proletario. Glory Days, la piu` epica, e al tempo stesso tetra, delle sue rivisitazioni nostalgiche degli anni della sua gioventu', e la desolata My Hometown ripiegano nella piu` autentica vena del rimpianto. Gli hit, Dancing In The Dark, Cover Me, I'm On Fire, non fanno invece che confermare l'abilita` di Springsteen nel nascondere carenze melodiche con una intensa carica emotiva. Pink Cadillac e` un classico del suo genio nel fondere il ritmo e il tono di tre archetipi sonici della provincia come il rock'n'roll, il rhythm'n'blues e l'honky-tonk.

Born In The USA rappresenta l'apice di una poetica che ha come referente la memoria collettiva dell'America, e che sottende un senso di colpa per tutti gli sbagli su cui gli americani non hanno mai avuto il coraggio di riflettere. Springsteen incarna l'altra America, opposta a quella ufficiale, un'America che non si esalta per la propria grandeur e che non indulge nel fanatismo intollerante dei bigotti. Di fatto Springsteen si propone come l'ultimo dei "padri fondatori" della Nazione. Le briciole di saggezza raggranellate in tante storie dolorose compongono una morale di rassegnazione e umilta` davanti all'atroce realta` dell'esistenza. Il suo popolo di umiliati e offesi e` una delle tante carovane della civilta` della Frontiera, in marcia verso l'utopia in un paesaggio ostile e spietato, che prendera` molte di quelle vite e lascera' le altre sole a lottare nel deserto.

Il quintuplo Live del 1986, subito proiettato in testa alle classifiche di vendita, ne consacra il mito, ormai senza eguali, e dimostra una volta di piu` come si tratti soprattutto di un grande interprete (per esempio, in War, il vecchio successo di Edwin Starr).

Tunnel Of Love (1987), una raccolta di canzoni d'amore (che in realta` racconta le vicende della separazione da sua moglie), limita l'enfasi retorica e paternalistica e sprofonda invece in atmosfere crepuscolari e autunnali. Springsteen tenta di forgiare lo spleen dell'era moderna, non quello dei bohemien decadenti, e non quello dei bluesman emarginati, e neppure quello del ribelle di strada, ma quello dei giovani piccolo-borghesi integrati alle prese con le illusioni e le delusioni della vita. E` un corollario a Nebraska, un altro album profondamente personale e fondamentalmente mitologico che ha il suo momento maggiore in Brillant Disguise (un tipico brano "baion" nella tradizione di Leiber/Stoller). Musicalmente la regressione che lo aveva portato al "wall of sound" di Spector approda ora al pop del Brill Building, con reminescenze del phrasing di Gene Pitney e degli arrangiamenti di Burt Bacharach (anche se eseguiti al sintetizzatore, come in Tunnel Of Love). Lo Springsteen introspettivo e` meno agghiacciante di quello sociale, ma non meno profondo (Spare Parts, One Step Up). Anche cambiando tema e stile, Springsteen e` unico nel modo in cui riesce a conservare la sua identita`. Bastano due secondi per capire che questo e` lo stesso Springsteen dei primi anni. Il cantautore della mezza eta` riesce a collegare con naturalezza le esperienze piu` intime della sua vita privata alle esperienze piu` globali della vita pubblica. E` uno dei pochi rockers che ha rifiutato il motto fondamentale del rock and roll ("live fast die young") e ha invece trasformato il rock and roll in un'arte della crescita individuale.

Dopo essersi disfatto della venerabile E Street Band, Springsteen rompe la siccita' di nuovo materiale che durava ormai da cinque anni, e lo fa con i due album gemelli Human Touch (Columbia, 1992) e Lucky Town (1992). Il primo chiama a raccolta un pugno di canzoni pop "vecchia maniera", che hanno le sembianze di esperimenti stilistici (Soul Driver) piu' che di canzoni compiute. I numeri rock'n'roll (Roll Of The Dice, All Or Nothin', Real Man) soffrono la mancanza della E Street Band. L'unica eccezione degna di nota e' il gospel spettrale di 57 Channels, con il suo drumming tribale e pastoso, e l'ambientazione elettronica, uno dei suoi capolavori.

Lucky Town mostra il suo tono depresso e pessimistico, e non a caso e' il suo disco piu' bluesato di sempre (The Big Muddy, Souls of the Departed).

Con The Ghost Of Tom Joad (Columbia, dedicato al protagonista di Furore, l'epica novella di John Steinbeck, e quindi, indirettamente, all'America che fu cantata da Woody Guthrie), Springsteen torna alle imprese disperate degli americani piu' umili. Il problema e' che, a questo giro, Springsteen non ha nessuna buona canzone per loro.

In seguito all'attacco terroristico dell' 11 settembre, Springsteen comincia a scrivere una nuova serie di canzoni, che sarebbero poi diventate The Rising (Columbia, 2002). L'album punta ad essere una credibile riproduzione dei sentimenti della middle-class Americana al risveglio dalla tragedia, ma piu' che sul senso di perdita si concentra sulla ricostruzione dello spirito Americano. Sembra piu' un inno nazionale che un requiem. Lonesome Day, leggermente sovra-prodotta con l'orchestra sinfonica e il coro gospel pone il tono epico (anche se ricorda piu' Mellencamp che Springsteen). La chiassosa melodia di Waitin' On A Sunny Day (che echeggia Born to Run), e la sua rumorosa andatura rythm and blues, o il rave-up da party di Mary's Place (cosi' piena di suoni e voci seguendo il suono classico di River), o il pesante suono di chitarra e il ritmo martellante di Countin' on a Miracle e Further On difficilmente possono essere chiamati canti di lutto. Let's Be Friends e' totalmente gospel, The Fuse e' praticamente trip-hop. La produzione non solo e' troppo intrusiva, ma e' anche troppo old-fashioned, dejavu, involontariamente autoironica. Il troppo suono rovina anche i momenti migliori: lo stimolante blues di Into the Fire ("The sky was falling and streaked with blood/ I heard you calling me/ then you disappeared into the dust") e la solenne preghiera di My City of Ruins. Nel suo tentativo di raggiungere altre culture Springsteen non e' Peter Gabriel e la world-music di Worlds Apart suona stereotipata e non molto sincera. I veri vincitori sono sull'altro fronte: l desolato lamento di Nothing Man, la visione apocalittica di Empty Sky, il romantoco addio ai morenti di Paradise. Springsteen ha bisogno di poco piu' della sua voce per toccare l'anima dell'America. I testi sono una summa dei telegiornali, talk-shows e interviste con i sopravvissuti del World Trade Center. The Risinge' piu' un artefatto sociale che musicale.

Le ballate semplici e rilassate di Devils & Dust (Sony, 2005), terzo nella trilogia acustica con Nebraska e The Ghost Of Tom Joad, segnano un cambiamento significativo nel tono. Springsteen suona più rassegnato che compassionevole, più contemplativo che arrabbiato. La sua potente macchina di suoni e parole è riluttante a caricarsi. Avendo perduto il suo ruolo storico di anima della classe operaia, Springsteen suona un pò erratico. A volte, parla (per la prima volta) da persona spirituale tormentata da pensieri di redenzione e salvezza, tirando fuori il massimo da Jesus Was an Only Son ,storicamente errata (Gesù aveva fratelli). Altre volte, gioca con il tema del ritorno a casa, senza affrontarlo da un punto di vista nostalgico o romantico. Chiaramente, la fase eroica è passata. La nuova fase è ancora uno strano limbo di emozioni che covano, dove il passato e il cuore devono ancora trovare un terreno comune.Mary's Place, Reno e Matamoros Banks sono probabilmente le migliori manifestazioni di questa arte in transizione.

Confrontato con l'album precedente, Magic (2007) è relativamente rilassato e familiare. Springsteen usa la E Street Band (Patti Scialfa alle parti vocali, i chitarristi Steve Van Zandt e Nils Lofgren, il sassofonista Clarence Clemons, il pianista Roy Bittan, alla batteria Max Weinberg) per suonare e cantare delle canzoni semplici che non cercano di costruire un concetto epico o una dolente tragedia. Sono semplicemente le canzoni che aveva. Alcune tendono pericolosamente all'estremità pop-muzak melodrammatica dello spettro (Girls in Their Summer Clothes, Long Walk Home, Devil's Arcade, I'll Work For You Love e Your Own Worst Enemy, canzoni dirottate da clavicembali barocchi, violini e timpani). Altre riecheggiano il muro sonoro di Born To Run: l'inneggiante Radio Nowhere, la nostalgica Girls in Their Summer Clothes e la vivace Livin' in the Future.